Capitolo1
La storia che ho sentito, e che sto per raccontarvi, mi ha colpito a tal punto che non ho saputo resistere alla tentazione di metterla su carta. Già questo è piuttosto strano, perché a scuola detestavo perfino scrivere i temi. Spero che neanche voi resterete indifferenti.
Tutto è cominciato all’aeroporto di Boryspil’, con un incontro casuale. Volavo a Roma, la partenza veniva continuamente rinviata, e mi sono messo a chiacchierare con il mio vicino. Jurij Petrovyč aveva la mia età, così abbiamo cominciato a ricordare il passato e, parola dopo parola, mi ha raccontato la sua vita. Perché l’abbia fatto non lo so, e ancora oggi mi stupisco della straordinaria franchezza del mio compagno di viaggio. Dev’essere vero quel che si dice: si è davvero sinceri solo con gli sconosciuti.
Questo romanzo si basa sul suo racconto. Ho cambiato i nomi su richiesta dei protagonisti, che in seguito ho avuto la fortuna di conoscere.
Siccome non ho mai imparato a scrivere libri, non ho seguito le regole che forse andrebbero seguite quando si scrive un romanzo; alcune scene, lo confesso, le ho inventate; ho evitato in ogni modo le parolacce, e dove non ci sono riuscito, immaginate il bip come al cinema, oppure non leggete affatto. A mia discolpa dirò che Jurij Petrovyč usava parole ben più pesanti! E senza di esse il mio racconto sarebbe sembrato insipido, raffinato e poco veritiero...
Mi rendo conto benissimo che si poteva scrivere meglio, ma ci ho messo impegno: quindi non sparate sul pianista, suona come sa...
Capitolo2
— Sono nato e cresciuto in un villaggio, non lontano dal capoluogo di regione, — così cominciò il suo racconto Jurij Petrovyč. — Ai tempi di Brežnev. Si ricorda anche lei, Vadym, com’era. Si viveva normalmente: niente lussi, ma nemmeno miseria. A scuola andavo bene in tutte le materie, e per la matematica e la fisica avevo una vera passione! Gli anni di scuola volarono via senza che me ne accorgessi...
Primavera. I profumi, i colori, i suoni di maggio; l’anima canta e sembra che la vita prometta un futuro lieto e senza nuvole.
La strada da scuola a casa passa per il filare d’alberi, poi lungo il margine dei campi. Quante volte, in tutti gli anni di scuola, Jura e Marija l’avevano percorsa? Chi potrebbe contarle? Ma questa volta è speciale. L’ultima.
— Non hai cambiato idea? Fisica e matematica?
— No. E tu?
— Nemmeno io.
— C’è tanta concorrenza?
— L’anno scorso erano quattro e mezzo per posto... E al pedagogico?
— Non molta. A fisica meno di due per posto. Dicono che sia difficile. Per questo.
— Be’, tu ce la farai. Petro Vasyl’ovyč non smette di lodarti.
— Esagera! Lo sai com’è: basta mostrare un po’ d’interesse per la fisica e sei subito un genio, un secondo Einstein!
— Dai, non fare il modesto! Il secondo posto alle olimpiadi regionali non lo regalano mica. Tu hai talento, è sicuro.
— Ho avuto fortuna, tutto qui. I problemi erano facili.
— Sì, sì...
Rimasero in silenzio. Un venticello corse sull’erba giovane.
— Maričko...
— Che c’è?
— Tu andrai alla tua Medicina, e io al Pedagogico...
— Mhm. Speriamo.
— Mi mancherai...
— Ma smettila!
— Mi mancherai! Lo so. Non mi mancherà nessuno, ma tu sì.
— Ma figurati! Troverai qualcun’altra da riaccompagnare a casa.
— Forse sì. Ma no. Al mondo ce n’è una sola come te!
— Non farmi ridere! Vai, su! Gli mancherò, figuriamoci!..
— Marija, facciamo tardi! Davanti alla scuola la musica si sente già in tutto il villaggio!
— Arrivo! Uscite pure, vi raggiungo!
— Basta girare davanti allo specchio! Sei già bella così! Bella come una maialina sotto la pioggia! Tra poco dovremo cacciare i pretendenti a colpi di stanga!
— Ma papà, che dici!
Eppure era nata bella davvero! Tutta sua madre. Occhi neri, capelli neri, snella, minuta, magrolina, tanto da sembrare fragile come una ragazzina di seconda media. E com’era allegra! Avrebbe riso per qualsiasi cosa!
La sala delle assemblee è addobbata, gli insegnanti indossano i loro abiti migliori, i ragazzi hanno vestiti nuovi, non solo per la festa, serviranno anche dopo; e le ragazze... be’, quello è un discorso a parte. Se si fa festa, si fa festa: il ballo di fine scuola capita una volta nella vita, chi si mette a risparmiare!
Sono tutte belle, ma Marijka, nel suo vestito rosa, è forse la più bella di tutte!
Il preside:
— Con l’attestato di merito del dipartimento regionale dell’istruzione per gli eccellenti risultati nello studio della fisica viene premiato Opanasenko Jurij Petrovyč!
Jura avanza, a disagio nel vestito nuovo a cui non è ancora abituato, come non è abituato all’attenzione di tutti, e non sa dove mettere le mani. Le ragazze ammirano quel giovane alto, dalle spalle larghe, e più d’una sospira di nascosto.
Applausi e congratulazioni sincere. Jurko se l’è meritato. Non una medaglia d’oro, come la figlia del presidente del kolchoz, ma qualcosa di ancora meglio: l’affetto dei compagni e la stima degli insegnanti.
— Allora, Jura, complimenti! Ti aspetto qui, al mio posto! — È Petro Vasyl’ovyč, l’amato professore di fisica.
— Senz’altro, Petro Vasyl’ovyč! Mi aiuterà a diventare un insegnante come lei?
— Ma che dici, tu mi supererai!
— Sì, come no, superare lei!.. Grazie di tutto, Petro Vasyl’ovyč!
— E io ringrazio il destino di avermi mandato un allievo così! Anche tuo fratello avrebbe potuto diventare un bravo fisico, ma ha scelto l’esercito. Be’, anche lì le sue capacità serviranno. Buona fortuna, Jura!
Ricevuti i diplomi, tutti in palestra. Ci sono le tavolate: una per insegnanti e genitori, una per i diplomati, solo con lo spumante... macché! Chi vuole la grappa fatta in casa, ecco Paša che la versa sotto il tavolo. Che teppista, ma che ci vuoi fare? Cresciuto senza padre, con la madre che alza il gomito: meno male che è arrivato fino al diploma.
Ormai tutti vogliono bene a tutti, gli allievi più difficili ai professori più severi e viceversa! Dimenticate le assenze, i vetri rotti e le insufficienze in condotta. Nessun rancore.
E poi balli, balli, balli! I primi ad arrendersi sono i genitori, poi a poco a poco anche gli insegnanti tornano a casa, sfiniti dalle emozioni; i musicisti smontano già gli strumenti, ma i diplomati non se ne vanno, perché la tradizione vuole che si aspetti l’alba e si scriva da qualche parte, a lettere cubitali, che il ballo dell’anno tale ha avuto luogo.
La strada di casa all’alba non è affatto quella di giorno. Jura ha dato la sua giacca a Marijka e lui, senza far vedere che ha freddo, cammina un po’ in disparte, trattenendo i brividi.
All’improvviso si fermarono.
— Jurčyku.
— Che c’è?
— Baciami, — appena un sussurro.
A Jurko mancò il respiro!
— Non vuoi?
— Come sarebbe, non voglio?! — e la baciò sulla guancia.
— Non così! Per davvero! — e si protese verso di lui con le labbra...
Dio mio, com’è dolce quel primo bacio, impacciato e timido!
La consegna dei documenti. Il padre è serio, ma si vede che è in ansia: che non dimentichino nulla, che compilino bene tutti i moduli, che segnino le date degli esami; e poi, in generale, è inquieto: si troverà bene qui suo figlio?
Jura invece non si preoccupa: ha già fatto amicizia con altri candidati e parlano degli esami che li aspettano.
Il mese volò via nella preparazione all’ammissione e nell’attesa di grandi e felici cambiamenti.
Quando si vedevano con Marija, si scambiavano appena qualche parola. Del bacio, neanche una sillaba, anche se entrambi non pensavano ad altro.
Finalmente, i risultati degli esami. Jura è stato ammesso! Mamma e papà girano tutti orgogliosi, come se all’istituto avessero preso loro.
Marija invece non ce l’ha fatta. Non le sono bastati i punti. O forse i soldi. Chissà. La gente dice di tutto. Comunque nessuno aveva intenzione di pagare.
— Jura, con questi punti mi propongono la scuola per infermieri. Diventerei infermiera. Che mi consigli?
— Vai, Marijka! Per ora così, e l’istituto lo finirai dopo! Però è in un’altra città...
— Già. E arrivarci è scomodo.
— È sempre meglio che perdere un anno! Accetta, poi si vedrà!
E così fecero.
Continua…
