Capitolo1
È difficile dire se ho fatto bene a partire per quella trasferta. Se non fossi partito, non avrei avuto tutti questi problemi e vivrei tranquillo. Ma se sarebbe stato meglio, ne dubito. Credo di no; voi leggete e giudicate da soli.
Prima, due parole su di me. Mi chiamo Anatolij, sono programmatore, amo il mio mestiere e credo che programmare sia un processo creativo appassionante come qualunque altro: un programma scritto con maestria dà un piacere estetico non minore di un edificio o di una scultura dalle forme perfette, ed è un vero peccato che ad ammirare questa creazione della mente umana sia una cerchia piuttosto ristretta di addetti ai lavori.
Ho cominciato a scrivere programmi già a scuola, da studente ho lavorato in vari posti, e quando mi sono laureato sono stato assunto nella sede di Kyiv della International Software Corporation Ltd. Mi sono sentito subito al mio posto; anche i ragazzi del team erano in gamba e ambiziosi, ognuno sognava una fama planetaria e si dava al lavoro anima e corpo, perciò il successo, anche economico, non si è fatto attendere, e soprattutto la nostra azienda è conosciuta, rispettata, e ci commissionano software volentieri.
Il mio primo anno di lavoro è volato via senza che me ne accorgessi; si avvicinavano le ferie e già sognavo la riva del mare azzurro, dove dovevo andare con Nina, la mia adorata fidanzata, quando all’improvviso mi chiama Jaroslav, il direttore, e ordina: domenica prossima voli a Londra per una conferenza di due settimane sull’intelligenza artificiale; non dimenticare di portare il passaporto, il visto sarà pronto dopodomani, e ai biglietti penserà Zorjana, la sua assistente e futura moglie.
Jaroslav è fatto così. Non ti chiede se puoi o no: se serve, serve, fai quello che ti dicono. Ma io ero contento, perché andare in Gran Bretagna a spese dell’azienda è una figata! E pazienza se il mare si rimanda, recupereremo!
Il tempo prima della partenza lo passai a cercare informazioni sull’intelligenza artificiale. Sospetto, tra l’altro, che anche l’istituto di ricerca diretto da mio padre, Opanasenko Jurij Petrovyč, si occupi di intelligenza artificiale, ma lì è tutto terribilmente segreto, e se non fosse per gli amici di papà non saprei niente né di quell’istituto né di una certa scoperta importante ma segreta per cui a papà hanno dato il Premio di Stato e il grado di generale.
I miei non erano per niente contenti della trasferta all’estero, soprattutto la mamma: lei mi considera ancora un adolescente irresponsabile, e se mi sposassi mi consegnerebbe a mia moglie e tirerebbe un sospiro di sollievo, perché le donne sono molto più serie degli uomini, se non altro perché sono donne. Anch’io, del resto, non vedevo l’ora di sposare Nina, la ragazza più bella del mondo, ma avevamo deciso di farlo tra un anno, quando lei avrebbe finito l’università.
Anche se i miei erano contrari alla trasferta, il lavoro è lavoro, e si dovettero rassegnare. E Nina, accompagnandomi all’aeroporto, piangeva così amaramente, come se non ci separassimo per due settimane ma per sempre, e anche a me questo metteva addosso una certa inquietudine...
Capitolo2
All’aeroporto di Heathrow mi accolse una rappresentante del comitato organizzatore, Susan: una latinoamericana snella, aggraziata e bellissima. Mi portò in albergo, mi lasciò una mappa per muovermi in città e mi consigliò di noleggiare un’auto.
La mattina dopo cominciò la conferenza; gli interventi erano interessanti, ma a volte dovevo sforzarmi per capirci qualcosa, e non perché non sappia l’inglese, anzi, lo parlo discretamente, ma perché ognuno lo storpia come gli pare.
Nel pomeriggio Susan mi aiutò con il noleggio e tornai in albergo in macchina. Avevo appena parcheggiato in un posto libero del garage sotterraneo quando nel parcheggio entrò a tutta velocità una Mercedes nera, si fermò poco lontano e ne saltarono fuori due uomini e una donna. Gli sconosciuti mi parvero sospetti, non so nemmeno perché; forse perché sembravano troppo eleganti in quel garage sporco, accanto a me, stanco, con la maglietta fradicia di sudore, frastornato dopo il viaggio in un’auto con la guida a destra a cui non ero abituato. Vi faccio notare questo dettaglio di proposito, perché è da qui che è cominciato tutto. Insomma, provai vergogna, mi rannicchiai e feci di tutto per passare inosservato, e ci riuscii: quei signori non mi degnarono nemmeno di uno sguardo, sbatterono le portiere e si affrettarono verso gli ascensori.
Meno male che non mi hanno notato, pensai, ma un attimo dopo fui preso da un orgoglio improvviso ed esagerato. Ma che cos’è, — non mi dava pace il pensiero, — da dove mi viene questo senso di inferiorità, in che cosa questi tre sono migliori di me? Sono vestiti eleganti, e allora? Vinta quella timidezza fuori luogo, afferrai la borsa e corsi dietro agli sconosciuti, e già mentre arrivavo notai di sfuggita, stupendomi, che uno degli uomini premeva i pulsanti uno dopo l’altro, come se non avesse davanti il pannello di un ascensore ma una cassaforte con la combinazione; ma non ci diedi peso, perché mi preoccupava altro: arrivare in tempo, per non dover aspettare che si liberasse l’ascensore accanto. Anche questo è impossibile da spiegare, perché non avevo nessuna fretta, ma evidentemente nel mio destino era intervenuta la provvidenza, e gli eventi non potevano andare diversamente. Insomma, feci in tempo, saltai dentro, ringraziai i presenti e chiesi scusa, non so nemmeno di che cosa.
Le porte si chiusero, sotto l’ascensore qualcosa rombò e la cabina partì, ma non verso l’alto: verso il basso. Lo presi con indifferenza, anzi, mi incuriosiva sapere dove fossero diretti quei tre; ma quando sullo schermo apparve il numero «-2» fui preso dall’ansia, perché sentii chiaramente che l’atmosfera era diventata d’un tratto ostile: gli sconosciuti si tenevano alla larga da me, come se avessero paura di prendersi una malattia contagiosa; e in quello stesso istante uno di loro, a quanto pare il capo, colpì il pulsante «Stop» e l’ascensore si fermò. Nel silenzio assoluto quell’uomo si avvicinò al microfono, premette il tasto di chiamata, attese la risposta e disse in un inglese stentato:
— Qui Sanchez. Con noi c’è un estraneo. Potenziale ottanta, o anche di più.
Nell’altoparlante qualcosa scattò, poi si sentì:
— Sei sicuro?
Prima di rispondere, Sanchez si voltò verso i compagni, lesse nei loro occhi la conferma e disse:
— Sì. Molto forte.
Per un po’ non successe nulla, finché si sentì:
— Scendete al quinto livello, vi verranno a prendere.
L’ascensore ripartì, e io mi sentivo in trappola. Era chiaro che parlavano di me: ero io l’estraneo, e per giunta con qualcosa che si esprimeva con il numero ottanta, che non era poco su una qualche loro scala.
Al meno cinque le porte si aprirono su una piccola stanza, e mi spinsero fuori dall’ascensore con dolcezza ma con decisione, verso tre guardie armate. Il cuore mi fece un balzo nel petto. Ma che cazzo, dove sono andato a cacciarmi?!
Uno degli uomini mi perquisì, inerme e spaventato com’ero, mi prese la borsa, il portafoglio e le chiavi, esaminò questi oggetti, li mise in un sacchetto di plastica e lo consegnò a quello di mezzo.
— Mi segua, — disse quello di mezzo, e si avviò verso la porta di sinistra, mentre gli altri due venivano dietro, tenendomi sotto tiro.
Percorremmo un corridoio, girammo a sinistra e ci fermammo davanti a una porta blindata. L’uomo rimase fermo un momento, evidentemente per farsi riconoscere, la serratura scattò e ci trovammo in una stanzetta illuminata a giorno.
Ci accolse un uomo robusto e un po’ stempiato sulla cinquantina, vestito di nero in modo semplice e insieme elegante.
— Potete andare, — ordinò alla scorta, e quando quella, lasciate le mie cose su una sedia vicino alla porta, uscì, mi invitò a sedermi al tavolo e si sedette di fronte a me.
Per un po’ ci studiammo in silenzio; alla fine l’uomo chiese:
— Chi è lei?
— Sono Anatole.
— Mostri i suoi documenti.
— Sono... — mi girai sulla sedia, volendo spiegare che tutte le mie cose erano in quel sacchetto laggiù, ma l’uomo mi fermò.
— Faccio io, — disse; si alzò, tirò fuori il portafoglio e la borsa, studiò per un po’ i miei documenti e poi parlò in un ucraino perfetto:
— Anatolij Opanasenko, nato nell’anno tale, cittadino ucraino, in trasferta per partecipare a una conferenza.
— Tutto giusto, — confermai. — Complimenti, il suo ucraino è impeccabile.
— Sono ucraino, mi chiamo Mykola Nazarovyč.
— Molto piacere, — dissi, ma la stessa cortesia non mi fu ricambiata.
Mykola Nazarovyč si fece pensieroso, e io intanto mi guardavo intorno. Un tavolo con un computer e un telefono antidiluviano, qualche sedia, un armadio, lo sportello di una cassaforte nel muro, e basta. Ascoltavo le mie sensazioni e mi stupivo: non avevo paura, quell’uomo in qualche strano modo ispirava fiducia. Forse per la sua calma, o forse perché era un connazionale, anche se in quelle circostanze sperare in un trattamento di favore era probabilmente fuori luogo.
— Signor Anatolij, — disse infine l’uomo, — mi racconti che cosa l’ha portata qui.
— Non mi ha portato qui niente, — confessai sinceramente. — Volevo salire in camera, e l’ascensore all’improvviso è andato dall’altra parte, ed eccomi qui...
— E come ha fatto a finire in quell’ascensore?
— Che vuol dire «a finire»... semplicissimo! Sono corso dentro, tutto qui. C’erano già quei tre.
— Mmm... Ecco, questo me lo racconti più nei dettagli, per favore.
— Più nei dettagli di così? Correvo e sono entrato. Mi sono fermato e sto lì. Poi l’ascensore è partito...
— Le persone che erano nell’ascensore l’hanno aspettata apposta?
— No! Sono entrati, quello che poi ha parlato con voi ha cominciato a premere i pulsanti uno dopo l’altro, come se componesse un codice... già, una cosa strana... e io correvo e pensavo: speriamo di fare in tempo, speriamo di fare in tempo... e ho fatto in tempo...
— Chiaro, — disse Mykola Nazarovyč, e si immerse di nuovo nei suoi pensieri. Chiaro che a lui è chiaro: che cosa c’è che non sia chiaro?
— Signor Anatolij, — disse finalmente il signor Mykola, — mi dica, per favore: non ha mai notato che certi eventi accadono proprio come lei desidera?
— Che cosa intende? — mi stupii. — Ah... capisco. Be’, sì, a volte mi è sembrato, perché no? Come a tutti. Una cosa va come vuoi tu, e te la ricordi. All’esame peschi la domanda che avevi studiato, o vinci alla lotteria, e ti sembra che sia successo perché lo desideravi tanto. Ma casi del genere si spiegano con la semplice probabilità; lei lo sa, esiste una scienza apposta: il calcolo delle probabilità.
— Lo so. Perciò preciso la domanda: nella sua vita ci sono state situazioni in cui un evento quasi impossibile è accaduto proprio perché lei lo desiderava ardentemente?
— Ma no, niente del genere! Anche se... sì, qualcosa di simile è successo! Tanto tempo fa, andavo ancora a scuola: ci avevano dato da imparare la dimostrazione di un teorema difficile, l’ho studiata tutta la sera e l’ho imparata; la professoressa ha interrogato due alunni e me no, e io volevo tanto che mi interrogasse, e sapevo che non l’avrebbe fatto, perché ne interrogava sempre solo due; e invece ci ha pensato su, ha chiamato me e mi ha dato il voto più alto! Così mi sono convinto che mi avesse chiamato perché lo desideravo tanto, ma in realtà non so perché l’abbia fatto. Fantasie da bambino... Poi però interrogava di nuovo solo due alla volta, mai tre. Per questo me lo sono ricordato a lungo, poi l’ho dimenticato, e se lei non me l’avesse chiesto in quel modo particolare, non mi sarebbe nemmeno tornato in mente...
— Chiaro, — disse pensieroso Mykola Nazarovyč, dopo aver ascoltato la mia spiegazione lunga e confusa, e io cercavo di indovinare perché mi facesse quelle strane domande. È chiaro: si chiede come io sia riuscito a entrare in questo luogo segreto. Che il luogo sia segreto è sicuro, altrimenti perché si troverebbe sottoterra? Io qui non avevo il diritto di stare, e probabilmente Mykola Nazarovyč stava decidendo come eliminarmi: guarda come mi interroga e mi fissa sospettoso, penserà che sono una spia.
Eppure mi sembrava che il mio interlocutore non volesse eliminarmi. Esita. E io lo aiuterò: vorrò con tutte le mie forze che non mi elimini ma mi lasci andare, come quella volta con il teorema, perché a quanto pare il signor Mykola è convinto che sia stato il mio desiderio a costringere la professoressa a chiamarmi! Be’, lo pensi pure, mi fa comodo.
Finalmente Mykola Nazarovyč si decise, prese la cornetta di quel telefono vecchio modello, girò due volte la rotella e disse:
— Mister Stanford, venga da me.
Un minuto dopo nell’ufficio comparve un uomo magrissimo sulla quarantina, in camice bianco e occhiali con la montatura d’oro.
— Mister Stanford, — disse il signor Mykola, — faccia per favore il test numero due a questo ragazzo.
Seguii Stanford, e di nuovo ci accompagnavano quei tre.
Il test non era complicato. Mi misero un casco in testa, mi fecero sedere davanti a un computer e mi spiegarono che dovevo, come in un videogioco, guidare un’auto su una strada di montagna piena di tornanti. Solo che non dovevo guidarla con il joystick, la tastiera o il mouse, ma con l’immaginazione. Era strano e insolito; all’inizio non mi riusciva niente, l’auto non obbediva, non riuscivo nemmeno a partire, e quando finalmente ci riuscii finì subito nel burrone, e poi ancora e ancora; ma Stanford regolò qualcosa, lo tarò, e le cose andarono meglio: riuscivo a prendere le curve, a frenare dove serviva, e la velocità cresceva a poco a poco; e solo quando diventò davvero folle l’auto volò fuori strada, e io mi sentii completamente sfinito, come dopo una vera gara.
Un simulatore divertente, pensavo, ma il principio di funzionamento non dev’essere complicato. Il casco legge i segnali del cervello e un programma apposito li decifra e comanda il computer. Dal punto di vista tecnico è semplice, ma mi stupiva, perché non avrei mai immaginato che i computer avessero già imparato a leggere il pensiero.
Quando tornammo nell’ufficio di Mykola Nazarovyč, Stanford gli posò sul tavolo la stampa dei risultati. Mykola la guardò e fece un verso. Si scambiarono un’occhiata e annuirono: evidentemente erano contenti di come avevo guidato bene.
— Mi ascolti, Anatolij, — disse Mykola quando restammo soli. — Si rende conto di essere finito in una situazione molto spiacevole, e che la colpa è interamente sua?
— Ma questa è bella! — mi indignai. — Colpa? Secondo lei io ho fatto apposta...
— Ammetto che non l’abbia fatto apposta, ma non per questo è meno grave. Se lei non avesse costretto il meccanismo dell’ascensore a scattare con un certo ritardo, che le ha permesso di trovarsi dentro, dove non aveva il diritto di stare, e prima ancora non avesse costretto i nostri collaboratori a non notarla, non sarebbe successo niente.
— Cosa?! — mi indignai. — Quale ascensore?! Quale influenza?! Ma che assurdità è questa?!
— Proprio così! — disse fermo Mykola Nazarovyč. — Tutti e tre mi hanno appena consegnato una dichiarazione scritta. Non l’hanno vista perché lei ha proibito loro di vederla, e il ritardo nella chiusura delle porte dell’ascensore è stato senza alcun dubbio causato dalla sua influenza.
Rimasi spiazzato. Tutto questo suonava molto inquietante. Mi accusavano di qualcosa che non avevo fatto! Ma perché?! Vogliono ricattarmi? Hanno messo in scena uno spettacolo idiota con guardie e laboratorio e adesso mi chiederanno dei soldi. E a giudicare dalla scenografia costosa, non lo fanno per la prima volta. L’ascensore, le guardie con i finti mitra, un mucchio di attori... Voleva dire una cosa sola: il riscatto sarebbe stato salato.
— Lei scherza, Mykola Nazarovyč? — balbettai, cercando affannosamente un modo per tirarmi fuori da quella situazione.
— Niente affatto, — disse serio il signor Mykola. — Non penserà mica che abbiamo messo in scena uno spettacolo per lei?
— È proprio quello che penso! Una messinscena e nient’altro! Spera davvero di convincermi che ho influito sul meccanismo dell’ascensore? O che ho costretto qualcuno a non notarmi! Ma è semplicemente ridicolo!
— Non ho intenzione di convincerla, — disse Mykola Nazarovyč. — Non ci crede? Non serve. Anzi, è meglio che non ci creda. Per lei stesso è meglio.
Sapevo benissimo da me che cosa era meglio per me! Per me la cosa migliore sarebbe stata ritrovarmi in camera e dimenticare tutta quella stupida avventura come un brutto sogno, ma purtroppo l’uomo di fronte a me era fin troppo reale. Mi agitai sulla sedia, e Mykola Nazarovyč mi lanciò un’occhiata e si immerse in riflessioni che durarono alcuni minuti interminabili.
— Mi ascolti, Anatolij, — riprese deciso, evidentemente dopo aver preso una decisione. — La avverto: nessuno deve sapere che cosa le è successo. Dimentichi, si tolga dalla testa tutto ciò che ha visto e sentito qui, altrimenti le conseguenze potrebbero essere molto spiacevoli per lei. E se lo ricordi: la terremo d’occhio, quindi, per favore, non faccia sciocchezze.
Capii a che cosa alludeva. Se comincio a parlare, mi fanno fuori di nascosto, e nessuno saprà mai dov’è la mia tomba. Per questo annuii energicamente in segno di assenso.
— Legga questo e firmi, — mi porse un foglio con un testo.
Nessun contratto l’avevo mai letto con tanta attenzione. Anche se non era un contratto, ma un impegno alla riservatezza. Il senso era semplice: se parlo, sono fottuto. Dopo aver letto il documento due volte, presi la penna e misi data e firma.
— Adesso la accompagneranno in camera, — disse Mykola Nazarovyč.
— E la mia copia? — chiesi.
— Non le serve, — sorrise cupo il signor Mykola, — e potrebbe perfino nuocerle, — aggiunse, mi consegnò il sacchetto con le mie cose e mi accompagnò all’uscita.
— Non sono sicuro di fare la cosa giusta, — disse intanto, pensieroso, — qualcosa mi spinge a fare un’eccezione alle regole. Temo che sia proprio lei a influenzarmi così, signor Anatolij.
Di nuovo quei tre mi accompagnarono all’ascensore, dove mi consegnarono a una donna; salimmo con lei al quattordicesimo piano, e finalmente mi ritrovai nella mia stanza. L’orologio segnava le 22:15: quindi tutto quell’incubo era durato tre ore e mezza.
Continua…
