Capitolo1
Una di quelle mattine di inizio settembre, quando l’autunno non ha ancora preso il sopravvento e la giornata promette di essere calda come d’estate, Vasyl’ fermò l’auto davanti a casa, entrò in cortile, superò l’aiuola che rallegrava l’occhio con la varietà dei suoi fiori e spinse la porta d’ingresso. Chiusa... C’è qualcosa che non va, non dovrebbe essere chiusa, oggi Katja ha lezione alla terza ora...
Girò con cautela la chiave nella serratura, perché non scattasse, e avanzò in punta di piedi lungo il corridoio, sulla passatoia.
In cucina nessuno. Nemmeno nella camera da letto di fronte. In fondo al corridoio, a sinistra e a destra, le camere dei bambini; dritto, la stanza grande con il televisore, il tavolo e il divano. La porta, sempre aperta, quella volta era chiusa, e Vasyl’ non dubitava più che fosse chiusa non per caso, che proprio lì dietro si nascondesse quella cosa brutta e inquietante per cui, in fondo, era tornato dal lavoro; e già immaginava un ladro armato che si era introdotto in casa e frugava tra le loro cose, e Katja, poverina, legata con un bavaglio in bocca, o svenuta, o addirittura morta! Il cuore gli si strinse a quella supposizione terribile.
Si avvicinò e tese l’orecchio. Dalla stanza giungevano un ansimare appena percettibile e un gemito trattenuto. Socchiuse piano l’anta e si gelò: Kateryna, sua moglie amata e fedele, era distesa sul pavimento tra il tavolo e il divano, con le gambe nude divaricate, e tra quelle gambe nude sobbalzava ritmicamente e con foga il sedere bianco e sodo del loro vicino Mykola. Vasyl’ fissava impietrito la nuca rasata che conosceva bene, il torso muscoloso, i talloni rosa della donna che oscillavano nell’aria al ritmo dei glutei maschili, e non credeva ai propri occhi. Possibile che stia succedendo davvero? pensava, distante. Ma come... non può essere, me lo sto immaginando!.. Incrociò lo sguardo spaventato di Kateryna, e per un attimo interminabile si guardarono negli occhi. E d’improvviso Vasyl’ fu travolto, qualcosa lo investì, gli batté nelle tempie, sulla nuca, tanto che gli si oscurò la vista; richiuse piano la porta, uscì di casa sulle gambe di ovatta, afferrò il cancelletto e si fermò, vincendo a fatica il desiderio di tornare indietro, impedire, separare quei corpi nudi presi dalla smania del piacere, e capiva con chiarezza: inutile... Inutile e troppo tardi, non servirebbe a nulla, non salverebbe né rimedierebbe; e quanto avrebbe voluto credere che fosse tutto un’allucinazione, ma sapeva con certezza che non lo era, che stava ancora accadendo proprio adesso, in quell’istante, in casa sua, mentre lui era lì come stordito, senza sapere che cosa fare, e in generale che cosa si fa in casi del genere, e provava un’amara rabbia per non essere affatto preparato a una cosa così... così... a una tale porcheria!..
Guidava a denti stretti, respirando a fondo per calmare il cuore che gli saltava nel petto; quasi gemeva di disperazione, con la sensazione di sporco nell’anima e sul corpo, come se qualcuno gli avesse rovesciato in testa un secchio di liquame; per il fatto che niente sarebbe più stato come prima, che il suo mondo luminoso, felice e sicuro era andato in frantumi; e cercava febbrilmente un modo, una linea di condotta che doveva per forza esistere, perché non era certo il primo a cui capitava una cosa simile!.. per sopportare tutto questo e trovare la forza di andare avanti, e come si fa a vivere dopo una cosa così... così... oh, Dio!.. e aveva paura di dover parlare con Kateryna e rivivere quei secondi terribili, e non riusciva a immaginare che cosa avrebbe detto a Katja e che cosa lei gli avrebbe risposto, e forse questa era già la fine... e aveva paura, e chissà perché anche vergogna...
Quella mattina non era diversa da tante altre mattine. Come sempre, alle sette era già al lavoro, salutò il guardiano, scambiarono due chiacchiere... Entrò nell’ufficio con la targhetta «Direttore» e il suo nome sulla porta: «Ochrimenko Vasyl’ Petrovyč», diede un’occhiata alla posta del giorno prima, aprì l’agenda, rilesse il programma della giornata e prese qualche appunto.
Come sempre, alle nove in punto bussò Olja, la giovane segretaria, infilò dalla porta la testa rossa e riccia e lo salutò allegramente. Tenne la breve riunione di rito, fece il giro dello stabilimento, tornò, fece alcune telefonate di lavoro, e poi entrò Ol’ha, agitata per qualcosa, e disse:
— Vasyl’ Petrovyč, dovrebbe andare a casa.
— Perché? — si stupì.
— È necessario.
Capì che Olja sapeva qualcosa ma non voleva dirglielo, quindi non insistette; avvisò il vice e partì, ripensando agli occhi preoccupati di Ol’ha, passando in rassegna le ipotesi e inquietandosi sempre di più.
Capitolo2
Mykola schizzò il seme sul ventre di Kateryna e rimase immobile, respirando pesantemente. Nemmeno Katja si muoveva. Ripreso fiato, Mykola si alzò e, nudo com’era, andò in bagno, si sciacquò i genitali sul lavandino, si asciugò con l’asciugamano appeso al gancio e tornò nella stanza. Katja, già vestita, stava alla finestra e guardava cupa il giardino. Mykola la prese per le spalle, la girò verso di sé, la abbracciò, stringendosi a lei con il suo corpo forte.
— Grazie, piccola, — disse piano, baciandola sulla tempia.
Katja taceva.
— Che hai, Katja?
— Niente. Vattene, adesso, — disse cupa.
Qualcosa non andava. Non come era abituato lui. A lungo, molto a lungo Mykola aveva cercato di sedurre Kateryna: la lusingava, le faceva la corte, finché lei aveva ceduto, si era arresa, lo aveva invitato, aveva scelto un momento in cui in casa non ci sarebbe stato nessuno. Nel letto non l’aveva fatto entrare, no, no, quello è il posto del marito, nemmeno sul divano; lì, sul tappeto, sì.
E quando lui aveva ottenuto ciò che voleva, qualcosa era cambiato in modo impercettibile. Aveva fatto tutto per bene: l’aveva accarezzata con abilità, le aveva sussurrato parole tenere, e quando lei era stata pronta era entrato con delicatezza... e tutto andava come sempre, e doveva finire come sempre... quando all’improvviso Katja si era irrigidita, si era come pietrificata, e Mykola aveva capito che lei non lo voleva e che tutti i suoi sforzi sarebbero stati inutili. Una cosa del genere non gli era mai successa!..
Con gli Ochrimenko sono vicini di casa. E con Kateryna anche colleghi: lavorano nella stessa scuola. Lui insegna educazione fisica, lei lingua e letteratura ucraina; sono entrambi sposati, Mykola ha un figlio, Katja due: Saško, il maggiore, e Irynka, di un anno più piccola, vanno a scuola. Katja si tiene in forma e a trentatré anni sembra una ragazzina; anche Mykola è in forma: un corpo muscoloso e allenato e doti maschili non comuni, collaudate più volte sulle donne del posto. Finora le sue partner erano rimaste soddisfatte e ne volevano ancora. Ma non questa volta!
Be’, non c’è tempo per pensarci: tra quindici minuti Mykola ha lezione. Si rivestì in fretta e corse via.
Katja andò in bagno, si mise sotto il getto tiepido, lavò via i resti scivolosi dello sperma, i baci di Mykola che d’un tratto le erano diventati sgradevoli, e nella testa i pensieri le si agitavano come uccelli spaventati. Possibile che fosse davvero successo a lei? Possibile che avesse osato tradire Vasyl’? Si guardava le mani, le gambe, il seno e non li riconosceva, come se li vedesse per la prima volta, e le sembrava che il suo corpo fosse diventato estraneo, non le appartenesse più, perché aveva permesso a un uomo estraneo di toccarlo, di toccarlo dappertutto, anche nei posti proibiti... e non solo di toccarlo, non solo!.. Possibile che non avesse provato ribrezzo? No, ribrezzo no, era stato piacevole, ricordava che era stato piacevole... ma adesso avrebbe voluto che fosse stato spiacevole, che non sembrasse un piacere; non voleva sentirsi colpevole, avrebbe preferito sentirsi una vittima, almeno un pochino!... o almeno ingannata, raggirata; e ora quello che era successo le sembrava così irreale e insensato, come se non fosse capitato a lei ma a un’altra donna, con quel corpo estraneo... e nello stesso tempo, con una vergogna bruciante, capiva: non era affatto una vittima, ed era tutto vero, era successo proprio a lei, per sua volontà e suo desiderio... e non riusciva a capire perché avesse resistito così a lungo e proprio oggi avesse ceduto a Mykola.
Perché, perché si era arresa, perché aveva acconsentito?! Bisogna trovare una giustificazione qualsiasi, Vasyl’ ha visto tutto e pretenderà spiegazioni!.. Oh, Dio, come la guardava! Meglio sprofondare sottoterra dalla vergogna!..
Che cosa, che cosa dirgli? Come spiegare perché capisca? Quali parole trovare perché la perdoni?!
Vasyl’ sapeva, certo, anzi lo sapevano tutti, che Mykola a letto ci sapeva fare. E allora? Si può forse dire, per esempio, che le era venuta voglia di verificare? O che Mykola l’aveva sedotta? Anche se l’una e l’altra cosa, forse, erano la pura verità...
Le piaceva essere desiderata. E a quale donna non piace? Le piaceva la corte insistente e un po’ rozza di Mykola, i suoi sguardi lascivi la eccitavano, le suscitavano pensieri sconvenienti e a volte un’attrazione carnale irresistibile. E aveva ceduto... Aveva ceduto alle sue insistenze con timore, con un brivido nell’anima, sapendo benissimo che non si doveva, che era indegno, presentendo che se ne sarebbe pentita, che non si sarebbe più potuto tornare indietro, che con quel gesto avrebbe distrutto qualcosa di puro, qualcosa di essenziale... E l’aveva fatto lo stesso, aveva acconsentito... perché, perché?!
Con Vasyl’ stava bene. A letto e nella vita. Si amavano sinceramente e apertamente, da fare invidia a tutti. Vasja era il suo primo. E l’unico. Cioè, era stato l’unico. Adesso non più. E lei era la sua prima. E l’unica, lo sapeva con certezza. E ora la simmetria era rotta. Per colpa sua. Per la sua stupida colpa...
Ma che cosa le mancava, idiota che non era altro? Il pepe, un condimento per una vita monotona? Il mistero? Un sesso folle, insolito, fantastico?..
Intuiva che, dal punto di vista sessuale, Mykola non le avrebbe offerto nulla di nuovo, e nello stesso tempo sperava in segreto che quell’incontro le avrebbe regalato sensazioni nuove, conturbanti, indimenticabili. Finora tutto ciò che voleva glielo aveva dato Vasyl’. Ogni suo capriccio lui lo esaudiva con gioia; gli piaceva molto la franchezza con cui Katja esprimeva i suoi desideri. Anche lei era una brava amante, Katja lo sapeva, le faceva piacere saperlo, ne andava fiera! Con Vasyl’ c’era armonia nell’intimità, stavano bene tutti e due nei momenti di vicinanza. E dopo. E sempre... Un idillio, insomma, sorrise amaramente tra sé, e all’improvviso scoppiò in un pianto disperato, da donnetta, ululando, singhiozzando e spalmandosi sul viso i resti del mascara.
Che cosa succederà adesso?! Dio mio, che cosa succederà?! Come ha potuto osare una cosa simile?! E soprattutto, perché?! Il rimorso e la paura la riempivano, le premevano nel petto come un blocco di ghiaccio, sfiorando il panico quando Kateryna si immaginava Vasyl’ che, in silenzio, senza guardarla, prepara le valigie, saluta i bambini e se ne va di casa per sempre.
Pianse fino in fondo e si sentì meglio. Si convinceva che non era tutto perduto, che non era poi così tragico, che Vasyl’ l’avrebbe perdonata. Che la sgridasse pure, che le dicesse le peggiori parole, che urlasse, che la picchiasse perfino, non importa, purché poi tutto tornasse come prima! E non credeva che Vasja fosse capace di urlarle contro, tanto meno di colpirla. E non credeva che tutto sarebbe tornato come prima. No, non sarebbe tornato.
Continua…
